Clima, natura - prospettive

Verso i campi e verso la terra

Un bene in custodia: appello per un rapporto sincero con la natura. Un articolo d'opinione di Alberto Fostini, Scrittore, amante della natura e discepolo del Libro della Creazione – 1° marzo 2026

“Il ritorno alla natura non è una rinuncia,
bensì l’inizio promettente di un’autentica alleanza.
Poiché si apprezza e si protegge ciò che si ama, e si ama solo ciò che si conosce.“

Appartengo ancora a quella generazione che ha avuto il privilegio di crescere in profonda sintonia con la natura – un legame che intrecciava intimamente il nostro mondo interiore ed esteriore con il ciclo della vita. Le epoche passate custodivano tuttavia una comprensione del tempo e del cosmo ancora diversa, più profonda: era un’esperienza più sensoriale, immediata e saldamente radicata nella cultura, guidata da un pragmatismo fondato sulla conoscenza. S’intuiva che la natura è molto più della somma delle sue componenti materiali, e ci si integrava in essa in perfetta armonia. Questa consapevolezza intuitiva si sta progressivamente smarrendo nel mondo moderno, poiché ci siamo ormai distaccati dalle nostre radici.

Ma un rapporto autentico con la natura comincia là dove superiamo questo distacco e riconosciamo la nostra stessa vulnerabilità. Basta uno sguardo fuori: siamo immersi in un mondo in cui il divenire e il dissolversi pulsano in un ritmo eterno. Questo principio si riflette nell’infinitamente grande: l’universo è un intreccio vivente di flussi – un sistema finemente sintonizzato, guidato da un’intelligenza cosmica, che si mantiene in equilibrio da sé e costituisce il terreno fertile per la manifestazione della vita. In quest’ universo "organico" nulla è isolato; ogni evento, dalla nascita di una stella all’appassire di un fiore, è parte necessaria del fluire perpetuo dell’esistenza.

In quest’ordine in cui ogni cosa ha il suo posto, diventa evidente che non siamo padroni ma ospiti: la natura non si può brevettare né superare. Non abbiamo neppure bisogno di "salvare" il mondo – basta smettere di combatterlo e imparare di nuovo a camminare mano nella mano con esso. Poiché prendersi cura della Terra, significa prendersi cura del proprio futuro. Chi considera le risorse come un bene affidato in custodia e le amministra con lungimiranza, garantisce la sopravvivenza della nostra civiltà. Questa è una visione dettata dal buon senso e una bussola storica – guidata dalla consapevolezza che la natura è la nostra maestra.

Una nuova prospettiva: la "via di mezzo"

È evidente che non viviamo in un mondo magico o ideale, ma abbiamo il potere di crearlo. Vi invito allora ad approfondire oggi insieme a me questa visione: il mondo non ci appartiene – ci è stato affidato solo temporaneamente. Non è una semplice sensazione, bensì una realtà biologica e sistemica che ci sprona ad agire per plasmare un futuro che meriti di essere vissuto.

Su questo percorso occorre ritrovare la "via di mezzo" – quell’equilibrio di forze che compensa l’eccesso e la mancanza. È l’arte di vivere in modo autodeterminato: in salute, senza paura e in armonia con se stessi, con i propri simili e con l'ambiente circostante. Questo non è un ingenuo idealismo ma sobrio pragmatismo e una necessità biologica. So che l’argomento è carico di emotività, ma è proprio di quest’attrito che abbiamo bisogno. L’attrito è la scintilla che ci permette di passare dallo sfruttamento sconsiderato a una nuova responsabilità – verso una convivenza consapevole e amorevole. In questo equilibrio non vi è solo razionalità, bensì una promessa di felicità.

Dall’arroganza all’umiltà

Si protegge solo ciò che si ama. Si ama solo ciò che si conosce."

Sperimentare la natura con tutti i sensi è la radice di un profondo rispetto, un incontro con il divino e una fonte di salute e di equilibrio interiore. Eppure oggi sembra che non abbiamo compreso la storia e che abbiamo dimenticato come si legge nel grande libro della natura. In un’ebbrezza d’illusoria infinità, saccheggiamo le dispense della Terra e sfruttiamo il potenziale umano come se non ci fosse un domani. Abbiamo dimenticato che un dono in prestito esige profonda gratitudine e, infine, la restituzione in tutta la sua pienezza.

Spesso agiamo come amministratori di un sistema di cui misuriamo tecnicamente la complessità, senza però comprenderne più l'essenza. Questo distacco è il prezzo della nostra arroganza: vediamo il mondo come una fonte di profitto anziché come l'organismo che ci sostiene. Ma chi si limita a calcolare e a depredare avidamente gli interessi del capitale, perde di vista il valore e il senso della vita. Solo l’amore come filo conduttore spezza questo freddo meccanismo e ci riconduce a un’umiltà che nutre la vita, anziché consumarla.

Fostini Paradies 20250802 151400 k1

La vera sostenibilità inizia da noi stessi

Siamo onesti: la vera sostenibilità non inizia con lontani vertici sul clima, le leggi e certificati, o con rumorose proteste nelle piazze. In questo modo cediamo solo a illusioni e a mere dichiarazioni di facciata – un ecologico "apparire piuttosto che essere" che non arriva alla radice. Essa comincia invece attraverso uno stile di vita naturale e consapevole e la riscoperta di ciò che ha valore nel tempo. È l’apprezzamento delle cose semplici di ogni giorno – una saggezza che Albert Einstein espresse così: “Sono convinto che uno stile di vita semplice e senza pretese sia la cosa migliore per chiunque, sia per il corpo sia per la mente”.

Rallentando così il tempo, ci riappropriamo dello spazio per ciò che è essenziale. Mentre il mondo corre via frenetico, questa semplicità consapevole diventa un punto d’ancoraggio – un luogo di risonanza interiore che apre nuovi orizzonti inaspettati. È lo stesso insegnamento che mi ha tramandato mio padre: “Una vita appagante si misura meno in termini di efficienza e profitto, quanto piuttosto di benessere fisico e mentale, che dà senso e gioia alla nostra esistenza”.

Non si tratta di rinunciare al progresso, ma di guadagnare in saggezza e lungimiranza. Abbiamo bisogno di uno stile di vita che non contrasti i cicli della Terra, ma che cresca al loro interno. È la scoperta che non possediamo meno se ci concentriamo su ciò che è buono e vero – ma che, al contrario, abbiamo di più dalla vita. Quando ricominciamo ad amare la Terra, la presunta rinuncia si trasforma in una nuova, profonda libertà. Una felicità silenziosa, che non ha bisogno di prove esterne perché mette radici dentro di noi. Così ritroviamo il nostro posto – nella consapevolezza che possiamo custodire solo ciò di cui ci prendiamo cura. Questa non è teoria. È nuda realtà.

L’algoritmo della vita: la natura come modello

Oggi questo modo di pensare potrebbe essere formulato in chiave più moderna: la natura come l’algoritmo definitivo della vita. Questo pensiero ha plasmato il mio percorso di ritorno alle radici – lontano dal superfluo materiale, verso la libertà dell’essenziale. Ha rappresentato una svolta positiva, la cosa migliore che potesse capitare a me e, in seguito, alla nostra famiglia.

Perché, alla fine, la Terra non ha bisogno di noi – siamo noi ad avere bisogno di una Terra intatta per sopravvivere. In un mondo che misura l’abbondanza solo attraverso i numeri e i beni materiali, la parola “ricchezza” ha ormai perso gran parte del suo vero significato.
Eppure, in origine, la ricchezza era considerata un valore spirituale. La vera pienezza risiede “per natura” in un consapevole rallentamento: è una pace interiore che permette all’anima di vibrare in armonia con il proprio destino e il ritmo del creato. Così troviamo una “ricchezza” che arricchisce in egual misura l’uomo e la natura: una pienezza che la Terra ci dona comunque, se solo glielo permettiamo.

Già Buddha sapeva:

«Chi vuole accrescere la propria prosperità,
dovrebbe prendere esempio dalle api.
Esse raccolgono il miele senza distruggere i fiori.
Sono addirittura indispensabili per le piante.
Raccogli la tua ricchezza senza distruggerne le fonti,
allora crescerà costantemente.»

Ciò significa coltivare bene la nostra Terra, affinché rimanga un bel giardino dell’Eden per noi e per chi verrà dopo di noi.

Comunità, non sovraccarico

Eppure siamo a un bivio: o continuiamo ad accumulare problemi fino a crollare sotto il loro peso, oppure, come comunità coesa, troviamo soluzioni che servano davvero a tutti. Una logica capace di riconciliare l'uomo e la natura ci ricompenserà mille volte tanto. Con la giusta misura e il senso della realtà, questo cambiamento diventerà una vera opportunità di crescita per ciascuno di noi.
La verità è questa: il mondo non si cambia con ideali astratti o appelli morali, ma con azioni concrete che danno un senso all’esistenza. Un'azione reale pesa molto più delle semplici dichiarazioni d'intenti. In questo vige il principio della responsabilità individuale: l'impegno di fare ordine nella propria vita, per poter poi generare armonia nel mondo.

La rottura: dalla terra alla società della conoscenza

Fino agli anni Cinquanta, il mondo era ancora fortemente rurale, con una popolazione contadina che si attestava intorno al 70%. Nel giro di appena due decenni ci siamo evoluti (nell'Europa occidentale) in una società di operai e impiegati. È stato il passaggio da un'economia agraria a una società industriale, dei consumi e, più tardi, della conoscenza!
Un tempo, il lavoro contadino era un servizio attivo 365 giorni all'anno, ventiquattr'ore su ventiquattro: una vocazione interiore e uno stile di vita totale. Oggi, tuttavia, quel mestiere non somiglia più all'artigianato di un tempo, quando i contadini erano ancora padroni di se stessi, del proprio operato e delle proprie decisioni. Attualmente, un groviglio di normative spesso contraddittorie – progettate dietro scrivanie lontane e senza alcuna visione pratica – ha fatto sì che il singolo non sia più un attore protagonista del proprio lavoro, ma solo un ingranaggio del sistema, un mero numero.

Nel mezzo di quest’alienazione si trova oggi la terza generazione attiva nel mondo del lavoro – quella a cui erano stati promessi mari e monti: un benessere in costante crescita, posti di lavoro creativi e ben pagati con giacca e cravatta, senza gerarchie né noia. Eppure, l'inflazione e le crisi economiche hanno infranto queste promesse.
Allo stesso tempo, il tasso di urbanizzazione globale ha sfiorato il 60%, con una fetta sempre più grande di popolazione che vive nelle metropoli. Le strutture tradizionali hanno fatto il loro tempo, sostituite da una complessa società delle prestazioni e dello spreco, iper-intellettualizzata, in cui la scienza e la tecnologia dettano legge. Strutture, queste, certamente molto efficienti, che tuttavia non rendono la vita necessariamente più degna di essere vissuta, ma spesso solo più automatizzata. E mentre molti si sono rassegnati a cercare il proprio Eldorado nel labirinto delle città – all'interno del progressista settore dei servizi –, altri desiderano ormai da tempo ritornare alle proprie radici: ai campi e alla terra.

Biografia della semplicità: il mio personale paese della cuccagna

Il mondo vegetale rappresenta, in questo senso, una guida perfetta. Capolavori d’ingegneria costruttiva, le piante si sviluppano impiegando un'energia minima e pochissimi elementi strutturali: un ciclo perfetto in cui tutto viene riutilizzato e nulla va perduto. Sono esenti da vulnerabilità, plasmate da una resilienza naturale e libere dalla scarsità di risorse. Imparare da questa intelligenza è il compito centrale della nostra società della conoscenza, per uscire dallo stato di esaurimento e camminare verso un futuro vivo e giusto.

Questo ritorno ai campi e alla terra non è per me una teoria astratta, bensì l'origine vivente della mia stessa biografia. La mia infanzia è stata un vero paese di cuccagna – un tempo che sembrava uscito dal Libro della giungla di Kipling, pieno di fantasia e di una libertà sconfinata nel giocare all'aria aperta. Una vita che non era ancora stata "ottimizzata" o "modernizzata" secondo i canoni della modernità. Vivevamo in un'epoca senza grandi multinazionali né supermercati. Al loro posto c'era una piccola bottega, dove si compravano i generi alimentari ogni giorno; tutto veniva annotato a mano e alla fine del mese – poiché non c’erano ancora calcolatrici – si faceva il conto a mente, il che funzionava in modo impeccabile.

C’erano poche automobili, telefoni e televisori – e tanto meno cellulari o PC; se si voleva raggiungere qualcuno, si andava alla cabina telefonica. In questo mondo privo della frenesia digitale, il tempo scorreva ancora tranquillo. Fluttuava senza il peso di una reperibilità costante o la pressione di un'agenda fitta d’impegni. Non c'era stress, nessuna fretta artificiale; il tempo non veniva misurato, ma vissuto, secondo il ritmo lento e costante delle stagioni.

Da bambino trascorrevo i miei tre mesi di vacanze scolastiche in un piccolo comune di montagna di appena 400 abitanti – dove, però si contavano ben 300 orti! Eravamo al riparo da pubblicità invadenti e snack artificiali. Persino la parola "rifiuto" c’era estranea: quel poco che avanzava veniva riparato o restituito direttamente alla natura. Si mangiava carne al massimo una volta la settimana, acquistata dal contadino della porta accanto; gli allevamenti intensivi erano un concetto sconosciuto. Oggi, al contrario, vengono macellati ogni anno oltre 80 miliardi di animali terrestri, che a livello regionale assorbono dal 40% al 60% dei raccolti di cereali.
Erano cicli piccoli, gestibili, chiusi in se stessi – proprio ciò che oggi cerchiamo faticosamente di riscoprire sotto il moderno termine di "sostenibilità“. Avevamo amici veri, grandi ideali e tutto ciò che rende la vita piena – non ci mancava nulla, tranne una cosa: il superfluo.

“Tanto consumare, tanto sprecare e speculare,
significa solo le gioie più belle della vita sciupare;
perché nulla toglie al vivere il suo vero godimento,
quanto il cieco eccesso che indurisce il sentimento.”

Dalla rinuncia libera al modello di business verde

La mia famiglia ed io seguiamo una strada simile ormai da decenni: un percorso legato alla natura e alla sobrietà, in cui eliminiamo con costanza tutto ciò che è superfluo. Non per necessità, ma per libera convinzione. Una scelta che, tra l'altro, ci ha fatto solo del bene.

Tuttavia, dalla fine degli anni Ottanta, si mostra l'altra faccia della medaglia: un progressivo impoverimento e una crescente disuguaglianza che penetrano nella nostra società come un veleno. Oggi avvertiamo tutti questa dura svolta: quella che un tempo era la libera scelta di uno stile di vita sobrio è stata fagocitata da un modello di business "verde", dove a dominare, sono ormai soltanto il profitto e un marketing astuto.
Sotto questo paravento, la massiccia pressione economica, un groviglio di leggi e l'esplosione dei costi – causati da politiche spesso imposte in modo unilaterale, che strumentalizzano anche il clima – ci stanno spingendo oggi verso uno stile di vita che diventa sempre più una amara necessità.

La nostalgia dell'origine

Questa nostalgia di autenticità non è un destino isolato. La tutela dell'ambiente è ormai diventata il filo conduttore centrale della nostra civiltà: il progetto dell'essere umano o – se mi passate il termine – il business dell'uomo per "salvare la natura".
Eppure la riscopriamo in un momento in cui, nella sua purezza originaria, essa quasi non esiste più; anche il nostro ruolo all'interno del creato e il nostro rapporto con esso non sono più quelli di un tempo.
Oggi si dimentica spesso che non siamo semplici osservatori o amministratori della natura: noi stessi ne siamo parte. Chi la considera solo come un oggetto da salvare, perde il legame con la propria origine.
Solo attraverso questo ritorno a noi stessi, alla nostra stessa natura, possiamo costruire un rapporto che non si basi più sul dominio, ma su un'autentica unione.

La carriera della sostenibilità

Invece di dare spazio a questa profonda connessione, essa è stata costretta dentro a delle definizioni: concetti come tutela dell'ambiente, sostenibilità e biodiversità sono ormai onnipresenti, eppure raramente un termine ha fatto una carriera politica così rapida come quello di "sostenibilità". Coniato originariamente nel 1713 da Hans Carl von Carlowitz per l'industria forestale, il vocabolo ha ottenuto un riconoscimento internazionale solo intorno al 1987 e oggi è saldamente ancorato a livello istituzionale.

Questo ampio concetto si fondava originariamente su tre pilastri – economia, relazioni umane ed ecologia – indissolubilmente legati tra loro. Ed è proprio qui che oggi si apre un vuoto profondo e doloroso: quella che un tempo era stata concepita come una promessa d'amore per il benessere delle generazioni future, e dunque per la nostra sopravvivenza come specie, rischia ora di sbiadire dietro a paragrafi e sfilze di numeri.

Abbiamo imparato, in una miopia burocratica, ad amministrare bilanci e a contare certificati, ma nel farlo abbiamo smarrito il legame vivo e pulsante con ciò che in realtà vorremmo proteggere: il miracolo della vita stessa, in tutta la sua inafferrabile bellezza.

FeldErde bo 20260423 1

Focus sul clima e contraddizioni

Mentre ci perdiamo in accesi dibattiti su bilanci, massimizzazione dell'efficienza e sul rigido dogma della crescita, la dignità umana e un rapporto autentico con il creato passano in secondo piano. Tuttavia, restringere l'attuale dibattito esclusivamente alla CO₂ e al riscaldamento globale lo ritengo pericolosamente unilaterale.
Al contrario, assistiamo all'imposizione di una mentalità quasi religiosa – un dibattito che, consapevolmente o meno, mira a intimidire, inquietare e intimorire, così da creare panico. Si punta sull'emotività, sul conformismo, sulla costrizione e sulla paura, piuttosto che su una reale lungimiranza, sull'obiettività, sul coraggio e sul buon senso. Spesso parliamo senza ascoltarci, invece di dare vita a soluzioni concrete attraverso azioni reali. La mia osservazione di semplice cittadino è amara: la speculazione, lo spreco e una burocrazia paralizzante dominano il nostro agire, mentre la logica del denaro e la legge del più forte dettano il ritmo – un antico male dell'umanità.

Già Mahatma Gandhi aveva riconosciuto questo declino dei valori e messo in guardia dai «7 peccati capitali del mondo moderno»:

"Piacere senza coscienza
Conoscenza senza carattere
Politica senza principi
Affari senza morale
Ricchezza senza lavoro
Scienza senza umanità
Religione senza spirito di sacrificio."

Viste in questa luce, le distorsioni odierne diventano davvero tangibili.

Qui emergono contraddizioni stridenti:

* Esportazione dell'impatto ambientale: mentre in Europa celebriamo la "crescita verde", la distruzione sistematica della biosfera globale e lo sfruttamento selvaggio delle risorse umane vengono delocalizzati nel Sud del mondo.
* Obsolescenza programmata: mentre parliamo di salvaguardia delle risorse, i prodotti continuano a essere progettati per guastarsi rapidamente.
* Effetti rimbalzo tecnologici: costruiamo automobili e macchinari più efficienti, ma ne consumiamo in quantità sempre maggiori; veicoli più grandi, veloci e pesanti divorano il progresso tecnico attraverso un consumo accresciuto, sacrificando la qualità senza tempo a una quantità a buon mercato.
* Alienazione digitale: perdiamo il contatto sensoriale con il creato, pretendendo di "salvare" la natura attraverso schermi e modelli di dati astratti, mentre l'incontro reale appassisce.
* Colpa individuale e fallimento sistemico: al cittadino viene addossato il peso dell'impronta ecologica, mentre le grandi decisioni strutturali dei "soliti ignoti" continuano a puntare su sfruttamento e profitto.
* La contraddizione del tempo: invochiamo un rallentamento ecologico, ma sottomettiamo la nostra vita a una frequenza digitale sempre più rapida e caotica, che soffoca sul nascere ogni vera riflessione, la pace interiore e la crescita reale.
* Politica dei simboli: si investono più energie nel design di bilanci di sostenibilità e certificati che nella tutela concreta degli habitat, lasciando che un'eccessiva burocrazia si limiti ad amministrare il declino invece di fermarlo.
* Privatizzazione dei beni comuni: acqua, sementi e suolo fertile – i pilastri dell'esistenza – si trasformano sempre più in oggetti di speculazione finanziaria per pochi eletti.
* Fede nella tecnologia anziché umiltà: pretendiamo di rattoppare la natura con la geoingegneria („Geoengineering“) o algoritmi intelligenti, invece di mettere in discussione i nostri comportamenti e riscoprire il senso della misura.
* Frenesia di crescita su un pianeta limitato: il nostro sistema economico esige un'espansione infinita, ignorando i confini fisici della Terra e misurando il benessere solo attraverso i consumi materiali. È un fenomeno che Arthur Schopenhauer descrisse magistralmente: “La ricchezza materiale è come l'acqua di mare: più se ne beve, più si ha sete”. Questo desiderio insaziabile ci sta conducendo inevitabilmente verso la prossima escalation. Già Jean-Paul Sartre conosceva la logica spietata dietro questa sete: 

«Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire.»

Il modello di business della distruzione

Nella nostra sete insaziabile di "di più" si rivela tutta la portata di una collettiva inversione delle priorità: invece di utilizzare i tesori della Terra con consapevolezza, scateniamo guerre spietate per contenderci le sue ultime risorse. Un modello di business redditizio. Eppure la guerra è il più grande crimine che l’essere umano possa compiere contro se stesso, i suoi simili e il pianeta – fino all'amara fine.
Le cifre astronomiche che oggi confluiscono a livello globale in armi e guerre potrebbero letteralmente trasformare la nostra Terra: risanerebbero l'ambiente e arriverebbero persino a rinverdire i deserti. E questa non è una forma di pacifismo ingenuo o una mera utopia, bensì una nuda realtà economica.
* La contraddizione delle forze armate: mentre nella quotidianità dibattiamo su rinunce, impronta ecologica e consumo consapevole, gli eserciti del mondo si rivelano i principali responsabili dell'inquinamento ambientale del nostro tempo – e questo già in tempo di pace.
* La portata della distruzione globale: nel mondo si contano attualmente quasi 60 conflitti attivi che vedono il coinvolgimento di oltre 90 nazioni. Una forza distruttiva che scuote i fondamentali sistemi di autosostentamento del nostro pianeta; finché non correggeremo radicalmente questa rotta, concetti come sostenibilità e giustizia rimarranno solo vuote formule retoriche.

 

Fostini Toscana 2

“Con la mano sul cuore: questa forma di progresso rende la vita ancora degna di essere vissuta?”

Di fronte a tali contraddizioni rischiamo di dimenticare che un clima salvato ha ben poco valore se, lungo il cammino, sacrifichiamo la nostra umanità, la pace interiore e la libertà di pensiero.
La vera sostenibilità inizia e si sviluppa solo con uno stile di vita in sintonia con la natura, in cui si ritorni all’essenziale: una nutrizione pura maturata al sole, al movimento all’aria aperta, alla respirazione profonda, ai ritmi biologici e alle salde radici delle buone relazioni umane in un ambiente armonioso. Solo così si potrà riuscire – con la lungimiranza di comprendere e il coraggio di agire.

Da quest’ordine interiore germoglia una visione limpida: un futuro in cui le persone sappiano accogliere la vulnerabilità dei più deboli, perdonarsi a vicenda e in cui la forza dell’amore per la pace superi l’amore per il potere.
Un futuro libero da sfruttamento, speculazione e avidità: lontano dal profitto cieco e orientato a un benessere onesto – svincolato da interessi personali, affinché tutti possano trarne beneficio. Non si tratta più di consumare i tesori della Terra, bensì di amministrarli con saggezza e farli prosperare, custodendoli come il nostro bene più prezioso.

La mia bussola indica la via:

dalle monocolture alla biodiversità,
lontano dal pensiero monoculturale che opprime,
verso la libertà dello spirito.

 

 

 

 

 

 

© MwSt.: IT01662430212 geiger-webdesign.com
Utilizziamo i cookie

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.