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La guerra nella mente, dott. Jonas Tögel

Il dott. Jonas Tögel a Jena parla di guerra cognitiva, propaganda e dell’uomo come nuovo campo di battaglia. Testo di Corinna Gehre.

L’autrice di Jena Corinna Gehre era tra i circa 150 partecipanti a una conferenza del dott. Jonas Tögel presso l’Università Friedrich Schiller. Ha raccolto le sue impressioni e riflessioni su quella serata in un resoconto personale. Traduzione dal Tedesco dal sito del giornalista Alexander Wallasch (https://www.alexander-wallasch.de/gesellschaft/krieg-im-kopf ).

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La guerra non inizia sul campo di battaglia – si combatte nelle menti delle persone ed è più facilmente realizzabile se da lì riceve il via libera.

La guerra cognitiva, tuttavia, va ben oltre le immagini nemiche coltivate con costanza. Si ricollega alla propaganda classica e alla guerra psicologica; secondo Bernard Claverie, ovvero François du Cluzel, la «combinazione delle nuove tecniche cibernetiche della guerra dell’informazione e delle componenti umane del soft power, nonché degli aspetti manipolatori delle PSYOPS» e, inoltre, un «insieme di possibilità per manipolare i meccanismi cognitivi di un nemico o dei suoi cittadini, con l’obiettivo di indebolirlo, penetrarlo, influenzarlo o addirittura sottometterlo o distruggerlo».

Non si tratta di miti complottisti, bensì di strategie riportate nei documenti ufficiali della NATO – che semplicemente non vengono ampiamente discusse in pubblico.

Con queste considerazioni, il dottor Jonas Tögel ha aperto la scorsa settimana la sua conferenza «Guerra cognitiva e come possiamo difenderci» presso l’Università Friedrich Schiller di Jena. Il gruppo pacifista di Jena lo aveva invitato nella valle della Saale con il sostegno del professor Manuel Vogel della Facoltà di Teologia, che ha organizzato la sede dell’evento, e di un donatore privato che riteneva l’argomento sufficientemente importante.

Tögel, americanista tedesco, ricercatore nel campo della propaganda e autore, lavora come ricercatore presso l’Università di Ratisbona e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Augusta. I suoi principali ambiti di ricerca sono la propaganda, l’influenza psicologica, il soft power, il nudging, la motivazione e i metodi della guerra cognitiva. Tra i suoi libri più noti figurano *Guerra cognitiva* (2023), *Giochi di guerra – Come la NATO e il Pentagono simulano la distruzione dell’Europa* (2025) e *Soft power e motivazione nell’insegnamento* (2021).

Il suo modo di presentarsi è oggettivo, cordiale, spiritoso – il suo accento dialettale rivela sottilmente le sue origini della Germania meridionale. È un piacere ascoltarlo quando parla! È sicuramente questa l’impressione avuta dalla maggior parte dei circa 150 visitatori presenti nell’aula, piena fino all’ultimo posto.

L’uomo come sesta sfera operativa

Secondo il saggio «Nato’s sixth domain of operation» (August Cole, Hervé Le Guyader: NATO 6th Domain of Operations, settembre 2020), Tögel spiega inoltre nella sua conferenza che la NATO distingue ormai sei diverse sfere operative. Ai tre settori tradizionali della guerra – terra, aria e mare – si sono aggiunti negli ultimi anni Internet, lo spazio e: l’uomo stesso, i cui pensieri vanno controllati e che, in caso di emergenza, va eliminato!

Marie-Pierre Raymond, studiosa canadese di scienze della difesa, che nel 2024, nell’ambito dell’operazione Unifier, ha fornito consulenza alle forze armate ucraine per quasi sette mesi da Kiev in stretta collaborazione con loro, definisce la guerra cognitiva come la «forma più avanzata di manipolazione esistente oggi» – e la sfera umana (Human domain) ne costituisce il teatro di guerra. Solo tenendo conto di quel campo di battaglia, agli occhi degli strateghi, sarebbe possibile un successo politico duraturo. Solo lì si potrebbe ottenere la vittoria definitiva e completa. (François du Cluzel: Cognitive Warfare, NATO Innovation Hub, gennaio 2021, p. 36.)

La caverna di Platone e il potere delle immagini

Di seguito, Tögel ricorre alla parabola della caverna di Platone per dimostrare che la strategia ingegnosa dei governanti consiste nel placare le persone asservite – tenute incatenate nella caverna dell’ignoranza – proiettando sulla parete una realtà fittizia, quando viene loro raccontato del vero mondo libero che esiste all’esterno e minacciano di ribellarsi.

Il tutto funziona grazie al soft power che (a differenza dell’hard power, in cui l’autorità ricorre alla violenza fisica) induce impercettibilmente le persone ad agire contro il loro impulso immanente alla libertà e alla pace. Lo studioso approfondirà più avanti nella conferenza le quattro «immagini-ombra» della guerra cognitiva (propaganda di guerra, manipolazione digitale, manipolazione culturale e tecnologie del futuro).

Edward Bernays e la propaganda

Come figura di spicco nella guerra cognitiva, egli cita il nipote di Sigmund Freud, Edward Bernays, che ha saputo sfruttare e sviluppare ulteriormente le intuizioni della psicologia del profondo del proprio zio. Bernays vedeva nella manipolazione mirata dei comportamenti e degli atteggiamenti delle masse una componente essenziale – si legga e si rimanga stupiti! – delle società democratiche; con il suo libro *Propaganda*⁴ fornì uno strumento di manipolazione eccellente, anzi senza precedenti, e divenne rapidamente il più importante consulente di pubbliche relazioni del governo americano.

Non solo aziende come Lucky Strike, grazie all’astuzia di Bernays, riuscirono con una campagna mirata a convincere le donne che fumare in pubblico fosse un atto di emancipazione – persino Woodrow Wilson, che ancora prima delle elezioni aveva affermato di non voler entrare in guerra, una volta diventato presidente cambiò idea di 180 gradi (non sono 360, secondo Tögel, anche se a volte si vorrebbe farci credere il contrario).

Wilson cercò inizialmente di imporsi con la forza – ovvero con l’«hard power» – contro la resistenza della popolazione. Bernays, all’epoca ventiseienne, assunto dal Committee on Public Information (ente statale di propaganda, noto anche come Commissione Creel) fondato con l’entrata in guerra nell’aprile 1917, consigliò però al presidente opportunista di avvalersi invece delle eccellenti arti del soft power: doveva semplicemente cambiare la narrazione di fondo! Improvvisamente, una sola guerra era necessaria per porre fine a tutte le guerre e – come poteva essere altrimenti – rendere il mondo sicuro per la democrazia. Allo stesso tempo entrò in gioco la propaganda degli orrori, che nella Prima guerra mondiale raffigurava i soldati tedeschi, sia a parole che per immagini, come barbari brutali che violentavano bambini e rapivano fanciulle. E in un batter d’occhio: il popolo era docile!

La propaganda di guerra ai giorni nostri

Allo stesso modo funziona oggi la propaganda dell’orrore, quando, ad esempio, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, che governa sotto la legge marziale, presenta l’impatto di un missile sull’ospedale pediatrico di Kiev come un attacco russo, mentre Mosca nega qualsiasi responsabilità russa e parla di un missile antiaereo ucraino – ma i media tedeschi di qualità come BILD, nei loro titoli, corredati da immagini ad alto impatto, citano esclusivamente la fonte «affidabile» «Zelenskyj». Oppure quando il quotidiano «Die Welt» titola «Smettete di mangiare le persone», dopo che i servizi segreti ucraini, basandosi incredibilmente su una registrazione radiofonica per nulla confermata da fonti indipendenti, hanno accusato l’esercito russo di cannibalismo.

Quale fonte potrebbe mai essere alla base dell’affermazione dell’attuale cancelliere secondo cui la Russia starebbe conducendo una guerra contro la Germania all’aeroporto di Lipsia – un’affermazione che, tra l’altro, ha giustificato la chiusura del Consolato Generale russo a Bonn e la rescissione del contratto di gestione della Casa Russa della Scienza e della Cultura a Berlino, nonché, di conseguenza, la chiusura dei tre Goethe-Institut in Russia? Nella conferenza stampa federale del 2 settembre 2026, i giornalisti hanno ripetutamente chiesto prove concrete e verificabili pubblicamente a sostegno dell’attribuzione ufficiale della responsabilità alla Russia.

Il governo federale ha fatto riferimento in modo vago a «modelli operativi», indagini di polizia e «informazioni dei servizi segreti», senza però presentare mai le prove richieste. Anche una successiva interrogazione parlamentare al Bundestag ha chiesto chiarimenti sulle informazioni concrete su cui si basa tale attribuzione. A metà ottobre la richiesta era ancora senza risposta, mentre, secondo la testimonianza di un dipendente dell’aeroporto di Lipsia, si trattava di un normale drone Mediamarkt, del tipo che, data la sua autonomia, viene spesso fatto volare da privati nelle vicinanze, e la stampa era già pronta a filmare. Molti elementi indicano quindi, anche in questo caso, una mirata operazione sotto falsa bandiera, volta a inasprire drasticamente la spirale di escalation tramite un’adeguata propaganda, senza che il popolo minacci di ribellarsi.

A quale narrazione si crede?

Il dott. Tögel sottolinea tuttavia anche che ogni parte in guerra ha la propria narrazione di fondo e in essa degrada il nemico, in misura maggiore o minore, a subumano. Dal punto di vista dell’Occidente, questa narrativa recita più o meno che l’Ucraina difenda l’Europa dall’aggressore russo e combatta per i buoni valori occidentali. Democrazia e cose del genere. Dal punto di vista russo, il quadro viene delineato come una grande guerra patriottica, in cui non si tratta di Russia contro Ucraina (che dovrebbe essere liberata dai fascisti nel corso di un’operazione speciale), ma di Occidente (USA, UE, NATO) contro la Russia.

Proprio perché in guerra la verità è sempre la prima vittima, vale quindi la pena esaminare attentamente ogni notizia: chi la diffonde e con quale possibile obiettivo? Su quale fonte si basa la sua affermazione? Quali immagini, anche di natura retorica, vengono utilizzate? Quali informazioni mancano – e quale effetto il testo e l’immagine dovrebbero suscitare nel destinatario? Dove potremmo essere fuorviati e indotti a fare cose che in fondo contraddicono i nostri stessi valori?

Tracce digitali e intelligenza artificiale

Oltre alla manipolazione a livello mediatico e culturale, secondo Tögel è particolarmente preoccupante il ruolo di Internet e dei sistemi di intelligenza artificiale. Come esempio cita HeyGen, una delle principali piattaforme video al mondo basate sull’intelligenza artificiale. Essa padroneggia tutte le lingue e, in caso di emergenze internazionali, sarebbe pronta a comunicare in pochi secondi con tutte le nazioni coinvolte.

Inoltre, Tögel constata che la risorsa più costosa sul mercato è ormai costituita dai nostri dati personali. Tutto viene raccolto in modo tale che il «testo ombra» che lasciamo con i nostri dispositivi possa servire in qualsiasi momento a fornirci informazioni che ci rendano docili – o addirittura a metterci completamente fuori gioco.

Nel 2012, il servizio di trasporto Uber si è presentato come «ricercatore nel campo dei trasporti», permettendosi, nel post del blog Rides of glory, di analizzare pubblicamente il comportamento infedele dei propri clienti statunitensi in base a quale smartphone avesse trascorso la notte con quale altro smartphone e dove – il che è solo un banale esempio di ciò a cui possono servire le nostre tracce digitali.

Con le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, questo sviluppo acquista una dimensione aggiuntiva. Il «testo ombra» cresce con ogni ricerca, ogni clic, i nostri luoghi di permanenza, i nostri interessi e la nostra comunicazione più quotidiana. Nel contesto della guerra cognitiva si pone ora una domanda di vasta portata: Cosa succede se tali metodi non si limitano più a influenzare le decisioni di acquisto o di voto, ma sono destinati a rafforzare in modo mirato paure, immagini nemiche e conflitti sociali? Il «testo ombra» digitale fornisce informazioni potenzialmente preziose a tal fine, rivelando i nostri interessi e le nostre abitudini, il nostro stato psicologico e le nostre vulnerabilità – al punto che Gemini e Claude forse già oggi ci conoscono meglio di quanto conosciamo noi stessi.

Vie d’uscita dalla manipolazione

Tögel consiglia tuttavia di non nascondere la testa sotto la sabbia, ma piuttosto di uscire regolarmente all’aria aperta, di trarre forza dalla spiritualità e di gestire con saggezza le nuove tecnologie – perché con ogni ora trascorsa offline rafforziamo la nostra sensibilità per l’essenziale, mentre con ogni singolo clic il nostro «testo ombra» e la «Digital Dizziness» continuano a crescere.

Egli menziona l’illuminismo, l’ottimismo e la connessione autentica, cita Kant, Butler e Mead (vedi diapositive della conferenza) per indicare vie d’uscita dalla rassegnazione di fronte al crescente bellicismo nelle nostre menti e conclude con la chiara osservazione che dopotutto siamo il 99 per cento di coloro che, in fondo, non vogliono altro che la pace!

E, a titolo personale: che bello, caro signor Tögel, che lei non abbia esitato a percorrere il lungo viaggio fino in Turingia – grazie per la sua chiara presa di posizione sulle questioni di pace, per il suo coraggio e per la sua importante ricerca, nonché al Prof. Manuel Vogel e a Heinz Bächer con il gruppo per la pace di Jena per l’invito a condividerla con noi…

A chi desiderasse approfondire il tema della guerra cognitiva, consigliamo l’acquisto del libro omonimo sul sito web del dott. Jonas Tögel o di dare un’occhiata al suo canale YouTube, dove si trovano molte informazioni interessanti e anche conferenze simili a quella tenuta a Jena.

⁠Edward Bernays: Propaganda. L’arte delle pubbliche relazioni, tradotto da Patrick Schnur, orange-press, Friburgo 2007.
Bundestag tedesco, documento 21/8202.

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Corinna Gehre è originaria di Chemnitz e oggi vive a Jena, dove ha studiato romanistica, scienze della comunicazione e teologia evangelica. È attiva soprattutto come cantante, ma anche come speaker e docente di dizione. Il suo repertorio musicale comprende, oltre alle canzoni di sua composizione, soprattutto brani tradizionali internazionali e cover che le stanno particolarmente a cuore. Oltre al suo lavoro artistico, si occupa di tematiche sociali e culturali quali la pace, l’elaborazione del trauma da Covid-19 e la «cancel culture».

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